La nostra città

Propongo L’Aquila come oggetto dello studio per riformare la burocrazia che blocca i lavori pubblici in Italia

Il 9 e 10 settembre Livorno è stata colpita da una tragica alluvione, che ha provocato 9 vittime e danni enormi.

L’ennesima tragedia italiana che, come tutte le calamità naturali, compresi i terremoti, sempre più spesso, coglie il nostro paese impreparato, indifeso, inerme. Queste tragedie ripetute non ci insegnano nulla. Sono lezioni che non vogliamo ascoltare. Dopo pochi giorni, qualche settimana, è tutto dimenticato. Restano solo pezzi della nostra comunità nazionale, spesso dimenticati e soli, ad affrontare per anni la disperazione dei lutti e dei danni.

L’Italia ha bisogno di essere messa in sicurezza. Sappiamo cosa e come si deve fare, e scopriamo anche di cominciare ad avere le risorse per farlo.

A poche ore dal dramma Livornese abbiamo tutti appreso che sin dal maggio 2014 il Governo aveva stanziato ben 7,7 miliardi di euro per la messa in sicurezza dal rischio idrogeologico, per quegli interventi definiti urgenti dalle regioni, migliaia di casi.

Ebbene, da allora, dopo tre anni, sono partiti lavori per soli 114,4 milioni di euro, appena l’1,48%. Di questo passo ci vorrebbero 200 anni per spenderli tutti.

Ritardi, lentezze, intoppi, farraginosità dei percorsi, errori, superficialità. Conflittualità o incomprensioni fra i vari enti.

Non credo si possa continuare così. Il governo ed il Parlamento devono finalmente agire. La prossima legislatura dovrà affrontare questa questione come una delle riforme strutturali più importante. Sfoltendo leggi, norme, passaggi burocratici, annullando o almeno ridimensionando i piccoli poteri dei tanti funzionari che allignano indovati in ogni dove, e superando gli interessi di lobby e corporazioni.

Nel mese di agosto, in un convegno, il Ministro del Rio parlava di ritardi dovuti a responsabilità locali, della filiera delle autonomie locali. A loro volta, spesso quest’ultime rinviano e lamentano i ritardi normativi o attuativi del governo centrale e delle sue articolazioni ministeriali.

Questa situazione di quasi paralisi dei processi di realizzazione di pressoché tutte le opere pubbliche, viene liquidata, ricondotta, e quel che è peggio giustificata, con il termine di “burocrazia”, questa terribile parola che materializza una sorta di coltre nebbiosa che tutto avvolge, quasi un fato ingrato rispetto al quale nulla possiamo. L’alibi dietro il quale nascondere pigramente la nostra inefficienza ormai strutturale.

Ma cosa è questa benedetta burocrazia? Altro non è se non il frutto dell’organizzazione, fatta di norme ed uomini, della macchina amministrativa, l’insieme delle procedure che ci siamo dati e continuiamo a darci. Aggiungendo anzi ogni giorno un nuovo codicillo, un nuovo regolamento, un nuovo passaggio, un nuovo ostacolo.

Ormai la “burocrazia”, vale a dire l’insieme di quelli che ormai definisco “i riti” delle leggi e norme, e dei loro sacerdoti indovati in ogni spicchio della pubblica amministrazioni, sta minando il Paese. E’ una ragnatela che paralizza. Due sono le conseguenze di fondo che io colgo: la perdita di qualsiasi competitività dell’Italia, che scoraggia qualsiasi imprenditore, soprattutto estero, ma soprattutto la sfiducia dei cittadini nei confronti della cosa pubblica, sfiducia generalizzata che sfocia in un rancore profondo, verso tutto e tutti, in primis nei confronti dei decisori politici.

Molti lamentano l’allignare fra i cittadini del populismo. Ma siamo sicuri che alla base di questa insofferenza, sfiducia profonda, fastidio, non vi sia soprattutto la difficoltà che ciascuno di noi vive quotidianamente dovendosi confrontare con questo mostro informe che è la burocrazia, contro la quale sentiamo di scontrarci quotidianamente? In questa atmosfera che suggerisce ormai l’idea di un “Paese disgregato”?

Si faccia avanti chi fra tutti noi non è stanco, arrabbiato, frustrato da questo clima che ci circonda, da questo andare avanti come un auto con la frizione bruciata.

Dunque uno snellimento, una profonda revisione della nostra burocrazia nell’ambito dei lavori pubblici. Ciò si può ottenere in un solo modo: capendo in quale groviglio ci siamo avviluppati. E ciò si può concretizzare solo partendo da un metodo di lavoro; la ricostruzione “dell’evento avverso”. Dobbiamo prendere dei “casi di studio” che dovranno essere ripercorsi, ricostruiti meticolosamente, analizzati passo dopo passo, esaminando un certo numero di lavori pubblici, ricostruendone tutti i passaggi, indagandone le norme che hanno inciso sul percorso, i tempi, gli errori, le “pigrizie”, gli ostacoli insorti, le lungaggini, i rallentamenti, gli intoppi nei quali sono scivolati.

Questo per capire anzitutto quanti di questi ritardi sono imputabili ad errori dei responsabili delle varie fasi del processo, quanti riconducibili alla complessità, spesso inutilità, fissata dalla normativa, spesso ripetitiva o ridondante.

Ebbene, la mia proposta è la costituzione di una commissione di studio che, nel tempo massimo di sei mesi, prenda in esame la storia di almeno 30 opere pubbliche, la loro storia completa.

PROPONGO L’AQUILA COME OGGETTO DELLO STUDIO

Nella fase post sisma, L’Aquila è l’area del paese dove più si sono addensati finanziamenti per previsioni di opere pubbliche, di tipo diverso, promosse da diversi soggetti attuatori: Comune, Provincia, Regione, Soprintendenza, Provveditorato alle opere pubbliche, Azienda per l’edilizia pubblica, Università, ASL, Consorzio per il ciclo idrico (Gran Sasso Acque), il Commissariato per la messa in sicurezza del bacino idrico del fiume Aterno. Opere di diverse caratteristiche e finalità, ma tutte di enorme impatto sociale.

Se escludiamo la realizzazione, in tempi europei, degli edifici giudiziari (ed anche qui va capito il perché di tale successo, e la mancanza di ostacoli incontrati), per tutte le altre opere, pur in presenza, da anni, dei finanziamenti, siamo al palo.

Basterebbe percorrere le vie della città, soprattutto il cuore del centro storico, per capire la differenza, imbarazzante, tra i tempi delle ricostruzione “privata” e quella pubblica.

La mia proposta è di prendere in considerazione da un lato l’intervento per la nuova ala del tribunale o della sede della procura della Repubblica (due successi) e di estrarre a sorte invece almeno tre opere portate avanti da ciascuno dei soggetti attuatori che ho prima elencato. Analizzare il perché dei successi, capire il perché dei tanti fallimenti.

La Commissione, che dovrà poi riferire alle commissioni LLPP di Camera e Senato, dovrà essere composta da rappresentanti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, dell’ANAC, del Ministero della Giustizia, da esperti di Giustizia Amministrativa, rappresentanti della Pubblica Amministrazione, degli ordini professionali coinvolti, in particolari progettisti. Successivamente andranno ascoltati i rappresentanti di quegli organismi chiamati ad intervenire comunque nei processi autorizzativi, penso ad esempio al Ministero dell’Ambiente, al Mibact, al Ministero degli Interni con i VVFF e così via.

Avendo a mente ad esempio che, nel lungo elenco delle autorizzazioni, si dovrebbero introdurre rigidi criteri temporali e l’obbligo di procedere, nell’iter burocratico, sempre in parallelo e non più in serie.

Altra ipotesi sarebbe quella di fissare nettamente, per legge, tempi e modalità delle conferenze di servizio, divenute ormai trappole infernali.

Trovare il coraggio di rivedere il percorso ad ostacoli delle fasi di progettazione: dallo studio di fattibilità al progetto esecutivo, alla verifica progettuale: anni ed anni che trascorrono.

Io ritengo che questa proposta potrebbe portare ad una verifica seria delle norme attuali, dettate senza avere mai a mente l’esigenza di stenderle assicurando comunque efficacia ed efficienza rispetto al vero obiettivo finale: realizzare le opere e realizzarle in tempi ragionevoli.

La mia esperienza di Sindaco della ricostruzione è stata frustrante proprio sul versante delle opere pubbliche. Ho concluso il mio mandato senza poter vedere, almeno avviate, la quasi totalità delle opere decisive che erano stati decisi all’inizio del mio secondo mandato. Cinque anni consumati in pratiche, iter, ricorsi. Eventi avversi che i cittadini rifiutano di accettare e tanto meno di giustificare.

Anche a L’Aquila abbiamo centinaia di milioni fermi, per opere necessarie e fondamentali, quali scuole, ospedali, uffici pubblici.

Ultima riflessione. Se si impiegassero subito i 7, 7 miliardi, quanto lavoro si creerebbe? Quale la ricaduta sulla nostra economia e sul PIL?

Cosa aspettiamo ad interrogarci, ad intervenire?

Se non ora, quando?

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